Il boomerang dei diritti

Il caso Liebich e la fragilità del consenso tedesco

Articolo di Guglielmo Giannotta, collaboratore Le Transatlantike

heute.at, Sven Liebich, agosto 2025

Nell’estate del 2025, la Germania scopre quanto fragile possa essere una legge se non è accompagnata da un lavoro culturale profondo. L’arresto di Sven Liebich, storico attivista neonazista di Halle condannato per incitamento all’odio e diffamazione, si trasforma in un caso politico quando l’uomo annuncia di essersi legalmente riconosciuto come donna, con il nome di Marla-Svenja, chiedendo di scontare la pena in un carcere femminile.
L’applicazione del Selbstbestimmungsgesetz, la legge sull’autodeterminazione di genere approvata nel 2024, diventa così la miccia perfetta per un nuovo panico morale. Nel giro di poche ore, l’estrema destra e la stampa conservatrice costruiscono la narrativa del “criminale che si finge donna per approfittare della legge”, piegando un dispositivo di libertà dentro una retorica di paura.

Il caso Liebich non riguarda tanto una persona quanto un meccanismo: mostra come una conquista giuridica, se non radicata socialmente, possa essere facilmente svuotata di senso e ribaltata nel suo contrario. Il Selbstbestimmungsgesetz aveva promesso di liberare le persone trans* dal controllo medico e giudiziario, ma è bastato un singolo episodio, manipolato e amplificato, perché diventasse il simbolo di un presunto eccesso del progresso. In poche settimane, talk show e opinionisti parlano di “falle del sistema”, mentre alcunə deputatə chiedono di “riesaminare” la legge per evitare ulteriori abusi.

Ma ciò che colpisce di più non è la prevedibilità della propaganda, bensì la sua efficacia. Sondaggi diffusi dopo il caso indicano che oltre il 60 % dellə tedeschə ritiene “necessario introdurre limiti” all’autodeterminazione di genere e una parte della coalizione di governo ha già annunciato l’intenzione di “riesaminare” la legge. In poche settimane, un diritto appena conquistato si è ritrovato politicamente vulnerabile.

Ciò che emerge è la frattura già visibile negli ultimi anni: in Germania, la politica dei diritti ha corso più veloce della cultura. La Germania post-pandemica ha investito enormi energie nel rinnovamento normativo, ma non ha costruito un parallelo lavoro educativo, narrativo, collettivo. 

Così, quando la tempesta arriva, la legge resta sola, priva di un tessuto sociale capace di difenderla.

È esattamente in questo vuoto che si inserisce l’Alternative für Deutschland (AfD), pronta a trasformare la libertà in sospetto e l’autodeterminazione in minaccia. L’estrema destra non attacca frontalmente il principio del diritto, ma ne mette in discussione la legittimità: chiede controlli, verifiche, limiti, usando la paura come linguaggio politico.

pixabay, parlamento tedesco

Il corpo trans* diventa il campo di battaglia su cui si ridefiniscono i confini del dicibile. In questo senso, il caso Liebich non è una deviazione: è la conseguenza naturale di un Paese che ha voluto essere all’avanguardia senza costruire un consenso culturale alla propria avanguardia. L’idea stessa di autodeterminazione, priva di una pedagogia sociale che ne spieghi il senso, viene facilmente distorta in caricatura: il diritto di essere se stessi si trasforma – nel racconto mediatico – nella licenza di mentire.

A rendere il tutto più evidente è la reazione pubblica. Non si tratta solo di paura, ma di una sfiducia più profonda, nata dall’assenza di un discorso condiviso che spieghi perché questi diritti esistono e cosa difendono.
La cultura, in questo senso, non è un accessorio ma il fondamento della politica dei diritti. È ciò che permette alle leggi di essere comprese, interiorizzate, difese. Laddove manca questa infrastruttura simbolica, le norme si svuotano, diventano fragili, e possono essere piegate dai loro nemici naturali.

Il paradosso tedesco del 2025 è dunque compiuto: una democrazia capace di produrre leggi avanzate, ma incapace di proteggerle da una regressione culturale alimentata dalla paura. La vicenda Liebich dimostra che il linguaggio dell’odio non ha bisogno di negare la legge: gli basta appropriarsene. E mostra, al tempo stesso, che nessuna emancipazione giuridica può sopravvivere senza un’educazione collettiva al suo significato.

Forse è proprio questo il nodo irrisolto della Germania contemporanea:

aver creduto che la modernità bastasse a se stessa, dimenticando che ogni diritto, per essere reale, deve prima diventare culturalmente condiviso.